Francesco Vitali
Da ottobre 2011, titolare e General Manager di Latitud Patagonia al Quality Group per Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador, Galápagos e Antartide.
Aveva soli dieci anni quando si è trovato a Mosca davanti alla gente in fila per il pane e, pochi mesi dopo, ai piedi dei grattacieli svettanti di New York. «È la prima cosa che mi è venuta da raccontarti.
Quindi, quel momento, un significato nella mia storia deve averlo avuto. Ho capito quanto si può imparare viaggiando». Francesco Vitali è il titolare di Latitud Patagonia. Ci racconta le Galápagos scoperte al fianco della madre, la Bolivia incontaminata, l’incontro con uno sciamano sulle Ande peruviane, una crociera tra i fiordi della Terra del Fuoco dove il vero lusso è restare per giorni senza campo. E come, girando il mondo, ha trovato casa.
«Quando fai un viaggio via terra che dura ore, nella steppa o nel deserto, senza punti di riferimento attorno, il tuo sguardo non può che tornare verso te stesso. È il momento in cui quelle domande che spesso rimandiamo - perché hanno bisogno di tempo e di una mente despejada, libera - trovano finalmente lo spazio per avere una risposta».
Come hai cominciato a fare questo lavoro?
Ho iniziato come giornalista. Scrivevo per un giornale di settore, il TTG, e avevo anche una società che gestiva una concessionaria di spazi pubblicitari. Tra i tanti viaggi, c’era il Sudamerica e mi sono innamorato di quella parte di mondo. Da lì ho aperto una società di rappresentanze turistiche e Quality Group è sempre stato uno dei miei principali clienti. Finché Michele Serra non mi ha chiesto se avessi in mente qualcuno per uno spazio che si stava liberando all’interno del gruppo: non si sa bene come, sei mesi dopo mi sono trasferito da Roma a Torino. È iniziata così questa avventura, 15 anni fa, con la nascita di Latitud Patagonia.
Mentre la passione per il turismo come è nata?
È un po’ ereditaria, perché mia madre lavorava nel settore del travel e quindi ho viaggiato fin da piccolissimo. Ricordo quell’anno, il 1984, in cui sono stato in Russia a gennaio-febbraio e negli Stati Uniti ad agosto. Era la Russia delle file per il pane, con i magazzini GUM, che era ancora l’unico centro commerciale di Mosca. A New York mi sono trovato in una dimensione completamente diversa. Questa esperienza mi ha segnato.
Poi è scoppiato l’amore per il Sudamerica?
Uno dei primi viaggi per il TTG, a vent’anni, fu il Venezuela. Mi sono appassionato da subito: in quel viaggio, visitai anche Mérida, che non è tra le destinazioni più note, ma è stata il mio primo approccio con il mondo andino. Poi c’è, appunto, la componente familiare: mia madre ha lavorato come accompagnatrice turistica in America Latina e si è innamorata delle Galápagos, tanto che a un certo punto avevamo persino un terreno lì. Ci sono andato con lei quando avevo circa ventidue anni. Nel frattempo, il lavoro mi ha portato a visitare altri Paesi dell’America Latina, finché non ho scelto di intraprendere la strada delle rappresentanze.
Raccontaci le tue destinazioni di oggi.
Ho la fortuna di occuparmi della Patagonia e dell’altopiano andino, una regione enorme, con un’opportunità di crescita gigantesca, che ho visto svilupparsi molto nel tempo. La visito due, tre volte l’anno, eppure scopro sempre cose nuove. È una fortuna anche avere poche e mirate destinazioni: Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador, Galápagos e Antartide; l’Uruguay non genera una richiesta sufficiente: pochi italiani ci vanno in vacanza, se non come breve estensione di un viaggio in Argentina.
Una novità interessante che avete introdotto è il Follow Me, il self drive di gruppo.
Non ci siamo inventati nulla: i viaggi in carovana esistono da sempre, e non siamo il primo operatore del gruppo a usare questo modello. Il tentativo è stato di vestirlo in modo più accattivante e di adattarlo alle caratteristiche della Patagonia: così come la regione andina
dell’Argentina, è una terra remota, spesso senza segnale cellulare. Ogni equipaggio (crew) affitta la propria auto e segue, se vuole, l’accompagnatore, che abbiamo battezzato Navigator e che viaggia sull’auto capofila. Non è obbligatorio seguirlo: ogni sera il Navigator realizza un briefing in cui spiega il programma del giorno dopo, le caratteristiche della strada, le soste previste e l’orario di partenza consigliato in base alle condizioni meteo. Ciascun equipaggio è libero di seguirlo passo a passo, oppure di procedere per conto proprio, contando comunque sui consigli ricevuti e su un road book dettagliatissimo, con indicazioni su trekking, durata, dislivello e le stradi migliori. Quest’ultimo punto non è banale: oggi tutti usano strumenti come Google Maps, ma se cerchiamo la strada da El Calafate a Puerto Natales, l’app suggerisce un percorso sterrato, complicato e quasi pericoloso, quando in realtà conviene fare una strada più lunga ma interamente asfaltata,
E poi c’è il Kit da viaggio Follow Me?
Corretto, consegneremo ai partecipanti un Roadbook dedicato esclusivamente a questo format, che oltre ai suggerimenti sui tragitti in auto, include molte altre info utili: dai benzinai ai punti consigliati per fermarsi per fare le foto, dal livello di difficoltà dei vari trekking disponibili a Chaltèn o al Paine, fino alle attività che ciascuno può scegliere di fare per arricchire qualche momento libero. A supporto forniamo anche due strumenti tecnologici Garmin: un navigatore satellitare con una serie di punti di interesse già selezionati per chi si stacca dalla carovana, e un dispositivo satellitare che consente agli equipaggi di comunicare anche in assenza di segnale cellulare o Wi-Fi. È un oggetto minuscolo – la metà di un cellulare – con cui, sia in auto sia durante un trekking a piedi, si possono inviare messaggi di testo, audio, foto, segnalare un imprevisto, un ritardo o chiedere assistenza. La Patagonia e le Ande incutono un po’ di timore ad alcuni viaggiatori, non a tutti: a loro vogliamo dedicare questa opportunità, la libertà di un viaggio vissuto sentendosi comunque assistiti. Negli Stati Uniti, il self drive occupa una percentuale molto rilevante dei viaggi venduti; per noi è ancora poco al di sopra del 15%, ma cresce costantemente e sono certo continuerà a crescere. Questa proposta riguarda per ora l’Argentina, ma la porteremo anche sul Cile.
Il concetto di Follow Me apre alla possibilità di fare self drive in Paesi dove finora non lo abbiamo mai proposto, come la Bolivia o la Puna argentina: aree dove non si noleggia un’auto, zone remote in cui non offriremmo mai self drive individuali. Ma il Follow Me, magari con un sistema di sicurezza ancora maggiore, potrebbe renderle visitabili, conservando quella libertà di poter dire: «In mezzo a quei deserti a 4.000 metri, ho guidato io».
Per te la Bolivia ha un potenziale e una prospettiva molto importanti, perché?
È il Paese più povero del Sudamerica, e proprio per questo è meno contaminato: ha mantenuto più intatte le sue radici autentiche. Anche turisticamente è meno sviluppato, a parte intorno al Lago Titicaca, confine naturale con il Perù. Più di recente, ha iniziato a ricevere flussi anche dal nord del Cile e dal nord dell’Argentina per la zona altipianica del Salar de Uyuni. Ma come destinazione a sé, la Bolivia ha ancora un margine di crescita amplissimo. Io dico sempre che è la destinazione più autentica del Sudamerica.
Perché?
Quello di Tarabuco è forse l’unico mercato indigeno ancora autentico dell’America Latina. Tutti gli altri – penso al mercato di Pisac in Perù, a Chichicastenango in Guatemala, o a quello di Otavalo in Ecuador – si svolgono ormai ogni giorno perché sono al servizio del turismo.
Tarabuco, invece, è ancora al servizio della comunità: si svolge una volta a settimana, di domenica, e si vede arrivare gente a dorso di mulo con i prodotti da vendere. Questa è la cifra della Bolivia: un Paese che non è ancora esploso turisticamente, ma lo farà. Non a caso, il nostro DMC storico, un’azienda con 65 anni di attività alle spalle, è stata acquisita da Abercrombie & Kent: il fatto che un gruppo di respiro internazionale decida di puntare sulla Bolivia è un chiaro sintomo del grande potenziale questa destinazione. È un Paese con problemi politici e sociali non secondari, che però non lo rendono mai pericoloso. Possono esserci difficoltà negli spostamenti o nell’organizzazione dei servizi, per blocchi stradali o proteste di una società contraria all’omogeneizzazione, alla globalizzazione e allo sfruttamento delle proprie risorse. Ma è proprio questo equilibrio, con i suoi limiti alla crescita, a custodire quell’autenticità che rende il viaggio in Bolivia straordinario.
Passando all’Ecuador e alle Galápagos, c’è una figura che per te è stata particolarmente importante: Eduardo Proaño.
È stato il fondatore di Metropolitan Touring, l’agenzia locale ecuadoriana che ho avuto il privilegio di rappresentare per molti anni qui in Italia, e il pioniere del turismo organizzato alle Galápagos: la sua è stata la prima azienda a portare una nave nell’arcipelago, già dichiarato parco naturale protetto e riserva mondiale dell’umanità, ma ancora privo di regole scritte per tutelare quell’ecosistema fragile – comprese quelle per le imbarcazioni da crociera, che lì sono comunque piccole, al massimo 90 passeggeri, molto lontane dalle grandi navi che solcano i Caraibi.
Che cosa ti ha affascinato delle Galápagos?
Sono un luogo unico, perché gli animali non temono la presenza dell’uomo. Ho avuto occasione di accompagnare tanti giornalisti negli anni: pur reduci da esperienze straordinarie, come safari nei più bei parchi africani, rimanevano stupefatti dalla facilità con cui si osservano le specie nel loro habitat naturale, mentre vivono e si muovono esattamente come farebbero se noi non ci fossimo. È un miracolo reale poter osservare questi animali vivere – il corteggiamento, la difesa del territorio, l’allevamento dei piccoli – come se l’uomo non ci fosse.
È un viaggio che consiglio sempre alle famiglie con figli adolescenti, perché è prezioso far capire quanto possano cambiare le cose intorno a noi se cambiamo il nostro comportamento. Le Galápagos hanno questa capacità di trasmettere un messaggio potentissimo in un’età di crescita: per chi se lo può permettere – purtroppo non è un viaggio accessibile a tutti dal punto di vista economico – è un tassello educativo tutt’altro che secondario.
Che cosa rende possibile che si preservi questa dimensione?
Accade perché l’uomo, lì, non è percepito come un predatore. È merito di persone illuminate che, ancora prima che esistesse il termine “ecoturismo” – parliamo della fine degli anni sessanta – hanno avuto la sensibilità di scrivere, insieme al parco nazionale, regole specifiche e severe sul comportamento dei visitatori. Così il parco ha potuto mantenersi sostanzialmente quello che era: Proaño è stato un visionario, sia dal punto di vista imprenditoriale sia da quello della tutela ambientale. Oggi c’è ancora il numero chiuso: un massimo di passeggeri che può visitare ciascuna isola ogni giorno. Il parco nazionale assegna a ogni armatore un certo numero di slot in base ai posti letto delle navi. Si sbarca in gruppi di massimo 16 persone, ciascuno con una guida naturalista del parco che spiega flora e fauna e, al tempo stesso, vigila sul rispetto delle regole.
Qual è il tuo luogo preferito?
L’altopiano andino, nel suo complesso, è la mia zona preferita della Terra.
Perché?
Non lo so con certezza, forse bisognerebbe chiedere a qualche stregone. È una zona in cui sento di essere a casa, più che in Patagonia, dove comunque torno volentieri una o due volte l’anno, ma che vivo più da viaggiatore. Nelle Ande c’è ancora oggi un forte legame con i culti animisti – la Pachamama, la “Madre Terra”, e Tata Inti, il “Dio Sole” – e la religione è legata agli elementi naturali. Per come sono fatto io, riesco a riconoscere più facilmente il divino in questi elementi che nel “Dio” della mia tradizione: sento più potenza nella natura che in ciò che mi è stato trasmesso, e forse è lì che trovo il mio Dio, nel contatto con questi elementi.
Che esperienza vivi in quei luoghi?
Davanti alla meraviglia, alla contemplazione di certi posti, ci si trova a confrontarsi con se stessi – anche con domande che a volte non vorremmo farci, o per cui semplicemente non troviamo il tempo, perché per rispondere serve essere liberi.
Amo molto New York, e ci vado quando posso, ma ci vado per godermi tutto quello che quel mondo frenetico ha da offrire: non è un luogo in cui rifletto, è un luogo in cui stacco. I deserti, gli altipiani, ma anche la Patagonia, sono l’esatto opposto: quando fai un viaggio via terra che dura ore, nella steppa o nel deserto, senza punti di riferimento attorno, il tuo sguardo non può che tornare verso te stesso. È il momento in cui quelle domande che spesso rimandiamo – perché hanno bisogno di tempo e di una mente despejada, libera, come si dice in Sudamerica – trovano finalmente lo spazio per avere una risposta.
Ci sono incontri di questi anni che porti con te?
Nel 1998 ero in Perù come giornalista: è stato il momento in cui ho capito che quel mondo era, in un certo senso, casa mia. Mi avevano consigliato di leggere un libro, Il ritorno degli Ina, che raccontava la storia di una psicoterapeuta americana che a Cuzco – capitale dell’impero incaico, il cui nome deriva dal termine quechua Qosqo, “ombelico”, riferito al centro dell’universo – aveva vissuto un percorso di iniziazione alla spiritualità andina guidata da uno sciamano locale, Don Juan. Leggevo quel libro con tutti i miei preconcetti occidentali e un po’ di cinismo giovanile, pensando fossero sciocchezze. In quel viaggio, abbiamo incontrato un rappresentante della comunità andina di Q’ero – difficilissima da raggiungere, quasi solo a piedi. E c’era anche un antropologo dell’università di Cuzco che ne spiegava l’autenticità. A un certo punto, ho detto a un collega francese quanto mi sembrassero ingenue certe pratiche, come abbracciare gli alberi. Appena si è avvicinato l’antropologo, gli ha chiesto se conoscesse il libro che stavo leggendo. Alla domanda su chi fosse l’autrice, ho detto: Elizabeth Jenkin. L’antropologo ha sorriso, e mi ha detto: «Io sono Don Juan». Era lo sciamano protagonista del libro! Davanti a questo fatto incredibile, ho cancellato tutti i miei programmi per i cinque giorni successivi e gli ho chiesto di guidarmi in quel percorso, mettendo alla prova il mio scetticismo. Mi sono ritrovato ad abbracciare alberi e fare rituali spirituali su pietre considerate Sacre, ed è stato un momento straordinario: è quando ho capito di sentirmi più vicino a questa interpretazione della vita, attraverso gli elementi della natura.
Andiamo in Argentina.
È il Paese a cui mi sono avvicinato dopo tutti gli altri. In uno degli ultimi viaggi, sono andato a visitare i dintorni di Córdoba, la seconda città più importante del Paese, molto bella, ma poco visitata dagli italiani. Ho affittato un’auto e sono arrivato nel paesino di Colonia Caroya, fondato da migranti friulani: tutte le strade portano cognomi italiani, ed è il luogo dove si producono i più famosi embutidos argentini – salame, coppa, mortadella. Sono entrato nel negozio di una signora, Norma Lodero, per comprare dei salumi da portare ad amici. Questa donna anziana, di origini italiane ma nata in Argentina, è arrivata in Argentina da bambina con i suoi genitori – di cui c’erano foto appese in tutto il negozio – piangeva dall’emozione per il fatto che un italiano fosse andato a trovarla. Come dico sempre, l’Argentina è casa nostra: siamo fratelli. È un viaggio nel viaggio, perché ritroviamo alcune nostre tradizioni, che credo abbiamo un po’ perso. Stare seduti a tavola insieme è ancora una tradizione molto sentita là. Esiste il concetto di sobremesa, il tempo che si passa intorno al tavolo dopo aver mangiato, con parenti e amici: un momento quasi sacro, in cui i telefoni restano da parte e ci si racconta la vita. Il pranzo domenicale inizia a mezzogiorno e finisce alle sei del pomeriggio. In Argentina ritroviamo pezzi di un’Italia passata.
State perfezionando un nuovo servizio proprio in questa direzione…
Per noi italiani l’Argentina è diversa da tutte le altre destinazioni: è un po’ come andare a trovare un amico. Per cui vogliamo offrire, oltre alle classiche visite guidate, l’esperienza con un signore italiano che vive a Buenos Aires da 25 anni. La chiameremo “Buenos Aires con un tano” – la parola tano, storpiatura di “napoletano”, con cui venivano chiamati i primi migranti italiani, è il termine con cui in Argentina sono soprannominati tutti gli italiani, siano essi dei visitatori o gente che vive lì da 30 anni. Non offre il servizio di una guida professionale, è un italiano innamorato dell’Argentina che ha scelto di viverci. Il suo ruolo, come dice lui stesso, sarà quello di “traduttore culturale”: le guide sono bravissime a spiegare storia e tradizioni argentine, ma serve qualcuno capace di metterle a confronto con le nostre.
Per esempio, i bambini ogni mattina cantano l’inno nazionale prima di entrare a scuola, un gesto che in Italia verrebbe connotato politicamente e quindi va spiegato da chi è in grado di tradurlo sapendo con quali occhi viene visto da un italiano; l’orgoglio nazionale in Argentina non appartiene ad una parte politica. È un tipo di racconto che una guida tradizionale non sempre riesce a offrire.
Quali sono le mete più sorprendenti per chi non conosce quei luoghi?
Il primo esempio è la Patagonia nell’inverno australe. L’età media della nostra clientela è alta, in gran parte pensionati: la finestra temporale in cui – erroneamente – si pensa di dover viaggiar verso l’Argentina è tra ottobre e aprile, perché generalmente si va prima in Patagonia, e si crede di poterla visitare solo in quei mesi. Questo fa sì che il 90-95% dei viaggi si concentri in quel periodo, accessibile solo a chi non lavora o non ha figli a scuola – tipicamente over 65.
In realtà, si può viaggiare benissimo in Patagonia anche nella nostra estate, cioè l’inverno australe: è una Patagonia diversa, per certi versi più commovente. A Ushuaia, per esempio, c’è la neve – le nazionali di sci di mezzo mondo si allenano ogni estate sul Cerro Castor. È incredibile trovarsi lì, nel loro inverno, a mezze maniche, alla “fine del mondo”, dove ti aspetti un luogo aspro, quasi inospitale… Anche a El Calafate oggi si può tranquillamente andare ad agosto: il 99% delle attività resta praticabile, inclusa la navigazione sul Lago Argentino e la visita al Perito Moreno – senza dover “sgomitare” per una foto, come capita invece nell’alta stagione, tra novembre e febbraio, a causa dell’overtourism.
Per chi non è ancora in pensione, ha figli a scuola e vuole evitare la finestra natalizia, un viaggio in Patagonia si può tranquillamente organizzare anche ad agosto… e per la prossima estate lanceremo un prodotto che credo chiameremo Patagonia Blanca, proprio perché permetterà di immergersi in paesaggi che hanno lo stesso fascino delle grandi avventure artiche che non ci si immagina siano fruibili anche nell’emisfero sud e senza bisogno di arrivare fino in Antartide.
E la seconda sorpresa?
La crociera Australis: cinque giorni e quattro notti di navigazione tra Ushuaia (Argentina) e Punta Arenas (Cile), attraverso la regione di Magellano e la Terra del Fuoco, quasi interamente nei fiordi, con il passaggio di Capo Horn, dove si sbarca.
È un’esperienza simile a quella delle Galápagos: una nave da 180-190 passeggeri, guide naturaliste e glaciologi a bordo, conferenze quotidiane sulla flora e la fauna, due sbarchi al giorno sugli zodiac per raggiungere ghiacciai altrimenti inaccessibili.
In quella zona i diritti di navigazione appartengono a un’unica compagnia cilena, con sole due navi: si respira ancora una vera sensazione di esplorazione. Si sbarca, si sale in cima a un promontorio, si vede la nave in lontananza come un puntino, e ci si rende conto che per centinaia di miglia non c’è nient’altro. Eppure, il tutto avviene con il massimo del comfort: le cabine sono comodissime, si mangia benissimo, ottimi vini cileni inclusi. Un’esperienza di esplorazione vera, senza sacrifici richiesti in altri luoghi altrettanto remoti. A parte il segnale del cellulare assente…
Come reagiscono i passeggeri?
La compagnia sceglie deliberatamente di non offrire Wi-Fi a bordo e all’inizio si vede la gente girare per i corridoi della nave con il telefono in mano come in astinenza, sperando di trovare campo dove non c’è. Ma la “disintossicazione” dura un giorno, un giorno e mezzo: poi si scopre di riuscire a vivere anche senza, connettendosi a qualcos’altro: a ciò che si ha intorno. È un plauso che va fatto all’armatore, una scelta controcorrente, specialmente quando si vorrebbe condividere un paesaggio con chi è lontano.
Un libro e un film che consiglieresti a chi parte?
Il miglior direttore marketing che l’Argentina abbia mai avuto è Bruce Chatwin, quindi senza dubbio In Patagonia.
Come film, per chi è attratto dalla storia della dittatura militare in Argentina, direi Garage Olimpo, ma è tosto; oppure Argentina, 1985 … che tratta la storia del processo alla Giunta Militare argentina.
Sullo stesso filone, consiglierei anche la lettura de Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour di Massimo Carlotto, che ha scoperto di essere parente di Estela Barnes de Carlotto, la storica presidente dell’associazione delle donne di Plaza de Mayo, le madri e le nonne che, in uno dei momenti più bui della storia, camminavano in cerchio davanti alla Casa Rosada portando il nome e la data di scomparsa dei propri figli e nipoti. Il libro non serve solo a capire l’Argentina, una ferita così profonda e relativamente recente, ma l’orrore della repressione in generale. Il tema della libertà resta sempre attuale, in modi diversi.








